DA GIOCATORE AD ALLENATORE: LA SECONDA VITA DI AMEDEO POMILIO

Intervista al vice allenatore della Nazionale maschile di Pallanuoto, tra trionfi del passato e progetti per il futuro

Matteo De Leonardis e Francesca Leonzi
, Ufficio Marketing SGB Humangest Holding

Passione, gioia, entusiasmo: questi e tanti altri valori hanno accompagnato la lunga e intensa carriera di Amedeo Pomilio, ex giocatore e ora vice allenatore della Nazionale maschile di Pallanuoto.
Lo abbiamo intervistato mentre era impegnato a Tarragona nei XVIII Giochi del Mediterraneo, per farci raccontare la sua vita da giocatore e il suo nuovo percorso professionale da allenatore.

Amedeo Pomilio, la sua carriera è stata lunga, ricca di successi e trionfi, quale o quali delle sue vittorie ricorda con maggiore affetto?
Sicuramente il primo scudetto, nel 1987, perché è stato il primo, per come è maturato, perché è venuto dopo un anno di tante difficoltà, dopo una partita vinta a Napoli con un uomo in meno e in cui c’è stata un’ingiustizia arbitrale molto evidente. Nonostante questo abbiamo vinto, rivinto in casa festeggiando a “Le Naiadi”, è stata la partita che ha portato il Pescara in un’altra dimensione. Dire l’oro olimpico (Barcellona 1992, ndr) è abbastanza scontato anche se è la vittoria più bella, quella che ti rimane dentro, sia come “onore”, sia come responsabilità per il futuro. Ricordo anche il bronzo ad Atlanta (nel 1996, ndr), la partita per il terzo e quarto posto contro l’Ungheria che fu rocambolesca, piena di imprevisti che caratterizzarono una vittoria esaltante.

Come e quando è nata l’idea di diventare allenatore? Quali sensazioni si provano a essere fuori dalla vasca e guidare il proprio team?
Per guidare un team devi sicuramente controllare molto la tensione, perché non hai modo di scaricarla, di buttarla in acqua come un giocatore fa quando la accumula. Da allenatore devi tenere tutto sotto controllo, guidi un gruppo di 13 persone e lo staff, devi tenere tutto sotto controllo e l’impegno è più gravoso. Da giocatore, giochi con la passione e l’entusiasmo, mentre il ruolo da allenatore è più complesso. La passione mi ha guidato nell'intraprendere questa strada, una scelta che è arrivata in maniera molto naturale, dopo 12 anni in Nazionale. Avevo questo desiderio ed è arrivata la proposta da parte della Federazione. Tutte le esperienze che ho fatto, anche quella di un anno alla Pro Recco e quella nella Nazionale Giovanile sono state importanti per formarmi, per capire, a seconda della età, cosa dare e pretendere dai ragazzi.

Quali caratteristiche deve avere un buon allenatore?
Un buon allenatore deve avere competenza, comunicativa e deve essere giusto. La comunicativa non è solo il saper parlare, essere oratore ma c’è una comunicazione anche non verbale.
Devi trasmettere la tua passione, oltre i valori guida che lo sport coltiva, devi trasmettere quello che hai dentro prima di pretendere da loro qualcosa e lo devi fare anche attraverso il tuo esempio.

Recentemente ha iniziato una collaborazione con Pescara Pallanuoto: cosa ha significato per lei tornare, dopo tanti anni, nella squadra con cui ha giocato gran parte della sua carriera?
Sicuramente anche in questo caso è la passione che ti guida, la passione e l’amore per la tua città, per lo sport e la pallanuoto. Ho trovato una Società seria, fatta da una Presidente e dirigenti seri, ho trovato gli ingredienti giusti per poter ritornare a essere un bella realtà sportiva. Ho deciso di voler ridare al mio sport quello che ho ricevuto quando ero io giovane, cercare di dare ai giovani tutta l’esperienza che ho.

La pallanuoto, forse più di altri sport, prevede tanti sacrifici e allenamenti molto impegnativi. Se lei dovesse dare un consiglio a un ragazzo che intende intraprendere questo percorso, cosa si sentirebbe di dirgli?
Più che consiglio mi congratulerei per la fortuna che ha avuto nello scegliere questo sport perché significa che sei predisposto a certe caratteristiche, a parte quelle fisiche, quelle mentali. L’altra metà dello sportivo, del buon giocatore, è nella testa. Non è tutto un sacrificio, anzi, io penso che i sacrifici, almeno tutti quelli che ho fatto io, li ho sentiti ma sono stati piacevoli.
Quando entri in una squadra se l’ambiente è sano, significa che tu lì stai bene e se stai bene qualsiasi cosa fai, la senti con minor fatica. Non solo sacrifici ma principalmente gioia.

Quali progetti ha per il futuro come allenatore e come vede il futuro della Nazionale Italiana?
Il Settebello ora parteciperà ai Giochi del Mediterraneo e agli Europei a Barcellona a fine luglio: tutto è finalizzato alle Olimpiadi di Tokyo del 2020. La squadra secondo me è competitiva, in evoluzione, in piena crescita, i giovani stanno crescendo per far bene, sicuramente per posizionarsi tra le prime quattro. Per quanto riguarda la mia attività da allenatore è molto intensa ma sono molto soddisfatto. Anche se non è distribuita in tutto l’anno, nei 4, 5 mesi estivi è concentratissima, sei al top del mondo, il livello è altissimo ed è molto stimolante., così come è stimolante quello che sto dando ai giovanissimi di Pescara, quando li vedi migliorare, la gioia è sempre reciproca.