FORMAZIONE E LAVORO CHIAVI PER LA RIPRESA

Jobs Act e prossima legge di stabilità: il punto di Filippo Taddei,  Professor of International Economics, SAIS Johns Hopkins University
di Davide Calabresi Consultant presso “Cattaneo Zanetto & Co.”

Professore, lei è considerato tra i padri del Jobs Act, la riforma del lavoro varata nel 2014 dal Governo Renzi. L’obiettivo primario della Legge 183/2014 è quello di creare nuova occupazione stabile, prevedendo al contempo una serie di disposizioni tra le altre cose a favore della flessibilità, della maternità, della tutela del lavoro, e delle politiche attive. Qual è, a suo avviso, tra le novità del Jobs Act quella maggiormente “rivoluzionaria” per il contesto italiano?
Certamente l’aver ricentrato la tutela sul lavoratore invece che sul posto di lavoro. Abbiamo scelto di non dimenticare che un lavoratore è tale anche quando perde il lavoro e, soprattutto, quando fa la cosa più difficile: cercare un altro lavoro. Sembra una considerazione banale ma le nostre istituzioni del mercato del lavoro italiano prima della riforma assumeva un sistema economico molto più stabile di quanto non fosse. Era sufficiente guardare i dati, prima della riforma, e riscoprire che i nostri lavoratori sono molto più mobili ed hanno carriere molto più discontinue del passato. Non abbiamo fatto altro che cercare di spostare la tutela del lavoro dove i lavoratori si erano già spostati. Abbiamo deciso di farlo tenendo in mente l’effetto della trasformazione produttiva. Non era saggio pensare che l’economia che aveva perso, dal 2008 al 2014, 1 milione di posti di lavoro, il 25% della produzione industriale e il 20% degli investimenti, avrebbe potuto riportare le persone negli stessi posti di lavoro che avevano perso. Oggi discutiamo di come far funzionare bene le politiche attive, di come coniugare assegno di disoccupazione (NASPI) e formazione per dare professionalità che proteggano i lavoratori e lo facciamo pensando a come spendere le risorse aggiuntive conferite. Non sono ancora abbastanza? Certamente, ma prima della riforma il centro del dibattito era su quante risorse dare per estendere la cassa integrazione in deroga. Mi spiace ma non aveva senso, e non era nell’interesse dei lavoratori. Oggi almeno parliamo di quel che serve e discutiamo su quante risorse dare a quel che serve.

Secondo i dati dell’Istat, il numero degli occupati in Italia ha superato a luglio il livello di 23 milioni di unità, per la prima volta dal 2008. Quanto dell’incremento occupazionale è dovuto al contesto creato dal Jobs Act?
Il nuovo paradigma del mercato del lavoro incentrato sul lavoratore e la sua competenza ha fatto in modo che la ripresa dell’economia fosse anticipata, non seguita, dalla ripresa dell’occupazione. Una ripresa dell’occupazione cambiata in qualità, e in meglio, durante questa ripresa, sia per la quota del tempo indeterminato e per la riduzione dei part time involontari. Molti osservano, recentemente, che le assunzioni a tempo indeterminato mostrano la corda e che le percentuali sono simili al periodo pre-crisi. Faccio modestamente osservare che, quando l’economia ha praticamente raggiunto il numero di lavoratori stabili del pre-crisi, un rallentamento nella crescita (non un calo!) è statisticamente molto comune. Inoltre questo risultato non è scontato quando siamo ancora al di sotto dei livelli pre crisi sia nella produzione industriale (-19%) che negli investimenti (-15%).

Il Jobs Act ha previsto, in tema di lavoro accessorio, la disciplina dei cd. voucher, abrogata nel marzo scorso e sostituita dal libretto famiglia e dal contratto di prestazione occasionale. Le restrizioni poste dalla nuova disciplina, se da un lato pongono un freno all’abuso dei vecchi voucher, rischiano tuttavia di lasciare scoperta un’ampia fetta di lavoro occasionale. Quale ulteriore soluzione è pensabile per regolamentare la fattispecie, anche per il rischio di un incremento del “sommerso”?
Guardi che il Jobs act fece interventi marginali sul lavoro accessorio. Chi attaccava il Jobs Act parlando di lavoro accessorio sbagliava bersaglio. L’unica cosa che aveva fatto il Jobs Act era aumentare il massimale annuo a 5000 Euro, mantenendo il limite di 2000 per ogni singolo committente imprenditoriale. Su oltre 1,2 milioni di lavoratori che avevavo incassato almeno 1 voucher in un anno, sono poche migliaia ricevevano più di 3000 Euro anni. L’abolizione dei Voucher, anzichè la loro correzione per evitare gli abusi – ne esistevano di odiosi, è stata una piccola sconfitta culturale. Il Governo ha provato a migliorare le cose ripartendo da zero. Oggi il nuovo libretto e il contratto possono essere migliorati ma siamo sinceri: lo spazio politico è molto piccolo. Sono invece sorpreso nel non sentire alcuna lamentela contro il lavoro nero da quelli che lamentavano l’uso dei voucher. Sembra che quei lavori occasionali siano scomparsi di colpo con l’istituto. Chissà cosa sarà successo?

Il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, commentando i dati dell’ISTAT ha parlato di una ripresa del lavoro “significativa”. Tuttavia, il premier ha definito “scandalosamente insufficiente” i numeri riguardanti il Sud, donne e giovani. Su questi tre aspetti specifici, cosa è mancato nelle politiche varate dagli ultimi Governi al fine di dare una maggiore spinta all’occupazione?
Sono i nostri tre ambiti di debolezza strutturale. Eppure in ciascuno dei gruppi, il tasso di occupazione è cresciuto e continua a crescere. Se vogliamo recuperare l’occupazione in questi settori dobbiamo comprendere le esigenze diverse di ciascuno. La dinamica occupazionale del Sud risente molto del calo del settore delle costruzioni. Ci vuole più tempo in questo ambito, perchè l’occupazione in quel settore difficilmente tornerà ai livelli pre-crisi. Dobbiamo accompagnare la trasformazione industriale del sud.
Per i giovani, conta la possibilità di combinare formazione e lavoro. Se la combinazione avviene, i giovani trovano lavoro. Non si tratta di mandare i ragazzi al lavoro prima, ma di pensare che periodi di formazione e periodi di lavoro si dovranno alternare per tutta la vita lavorativa. Questo è il mondo a cui il nuovo paradigma del Jobs Act si applica nell’interesse dei lavoratori.
Sulle donne invece bisogna aiutarle a tornare al lavoro dopo la maternità. Anzichè discutere di mandarle in pensione prima, perchè non pensiamo ad una premialità fiscale potenziata per chi torna al lavoro dopo la maternità? E’ soprattutto nel post maternità che noi accumuliamo un gap enorme nell’occupazione femminile.

Soffermiamoci nello specifico sul tema del lavoro giovanile. Sia il Presidente del Consiglio Gentiloni che il Ministro del Lavoro Poletti hanno recentemente evidenziato come l’occupazione dei giovani è una priorità del Governo. A poco più di un mese dalla presentazione del disegno di Legge di Bilancio, allo studio vi è tra le altre cose la decontribuzione per rilanciare l’occupazione giovanile. Quali altri strumenti possono essere adottati per tornare a rendere il contratto a tempo indeterminato il canale di accesso al lavoro privilegiato per i giovani?
Vuole sapere qual è la cosa più costosa per un’impresa? La formazione. Ma è anche quel che conta più di tutto, per le imprese e i lavoratori. Far crescere le nostre scuole tecniche, riorganizzare le nostre università a pensare che la formazione è permanente e non concentrata entro i 25 anni sono cambiamenti necessari ma che prendono tempo. Vogliamo sostenere l’occupazione giovanile nel breve? Se vogliamo fare qualcosa di specifico e non generalista, vincoliamo i contributi fiscali di tasse in meno al contenuto formativo del lavoro. Innanzi tutto, concentriamoli sul tempo indeterminato: perché c’è un’evidenza fortissima che in Italia il contenuto formativo del lavoro, l’investimento sul lavoratore da parte del datore,  è molto più forte se questo è assunto a tempo indeterminato. Poi colleghiamo quei contributi agli investimenti. Investi e assumi giovani? Super decontribuzione. Assumi ma non investi? Decontribuzione inferiore. Abbracciamo la trasformazione produttiva come sfida del paese, non lasciamo le imprese da sole.