HARD SKILLS E SOFT SKILLS, QUALI COMPETENZE PER IL FUTURO?

Intervista ad Anna Zinola, docente di Psicologia del Marketing presso l'Università degli Studi di Pavia, collaboratrice di diverse testate quali Corriere della Sera, Mark up e Micro & Macro Marketing, Manager Italia e autrice di numerosi libri sulle tendenze di consumo, tra i quali "La rivoluzione nel carrello. Viaggio nei consumi dell’Italia che cambia" (GueriniNext 2018).
Formazione continua e aggiornamento delle competenze: i giovani, oggi, devono necessariamente ampliare il bagaglio delle proprie conoscenze per essere attrattivi e competitivi sul mercato del lavoro. Quali sono i percorsi di studio che offrono maggiori opportunità d'impiego?
L'università, dal mio punto di vista, non è uno scopo ma uno strumento. Rappresenta un'opportunità per acquisire degli strumenti di conoscenza di sé, di quelle che sono le proprie potenzialità, per migliorare la capacità di ragionamento, di approfondimento e di analisi.
Io non credo che sia un luogo in cui ottenere le competenze tecniche perché si evolve tutto in fretta e l'università non necessariamente riesce a stare al passo con i cambiamenti. Oggi, una volta laureati, è già quasi tutto cambiato. Pensiamo, per esempio, a cosa avviene nelle aziende dal punto di vista tecnologico. Al netto di questo, ci sono due tipi di facoltà che secondo me offrono opportunità d'impiego: quelle scientifiche e tutte quelle che hanno a che fare con la scrittura, visto che  tutto è legato al digitale, "saper scrivere" è tra le skills importanti da avere. È chiaro che poi la scelta di ognuno deve essere fatta seguendo il proprio talento, non si può decidere solo in base alla possibilità di trovare lavoro.
Soft skills" vs "Hard skills": quali sono quelle più richieste dalle aziende e quali le più utili?
Direi che sono entrambe utili, però oggi le aziende investono maggiormente sulle "hard skills" che sulle "soft skills". Quando entri in un'azienda, vieni formato per avere delle competenze tecniche; sulle "soft skills" – intese come la capacità di relazione, di negoziazione, di gestione del tempo - non si investe tanto, se ne parla ma non si investe. Lo stesso vale per l'università. Quello che serve di più in questo contesto, è il cosiddetto "mentoring", avere in ambito aziendale o all'esterno una persona che ti supporta, che ti segue, ti aiuta a interpretare il contesto, a capire cosa hai fatto e se l'hai fatto nella maniera corretta, cosa hai sbagliato e cosa avresti potuto fare.
Quali sono, oggi, le motivazioni che spingono più i giovani a intraprendere un percorso universitario?
Dipende molto dal percorso che hanno fatto, dal diploma che hanno preso e da quanto sia spendibile nel mercato del lavoro. Spesso coloro che provengono da istituti tecnici non scelgono l'università perché hanno una qualifica più spendibile. Per chi ha fatto il liceo l'università è, invece, una tappa quasi "obbligata". Altri, purtroppo, la vedono come un parcheggio, altri ancora la considerano uno strumento per ottenere un obiettivo. Insomma ci sono tante motivazioni. In linea generale, ho l'impressione che l'università non sia più vista, come in passato, come un elevatore sociale. Mi sembra ci sia più scetticismo anche perché molti vedono intorno a sé amici o conoscenti che si sono laureati e non riescono a inserirsi nel mondo del lavoro.  Inoltre dobbiamo tenere a mente che noi abbiamo un percorso di studi lungo: un diplomato finisce gli studi a 19 anni, se va tutto bene, termina l'università a 24 anni mentre un ragazzo americano, a 21 anni, è già inserito nel mercato del lavoro. In altri termini dobbiamo considerare che c'è anche un problema di tempi e di età.
Quali consigli darebbe a un giovane laureato che per la prima volta si avvicina al mondo del lavoro, in un mercato così 'difficile' come quello italiano? 
Prima di tutto: "laureati in tempo". Un'altra cosa che dico ai miei studenti è: mentre studi, fai altre esperienze", perché una cosa è lo studio (mi preparo, faccio l’esame e va tutto bene) un'altra è fare un'esperienza di lavoro, dove ti accorgi che ci sono altri ritmi e altre logiche. Parlo anche di esperienze in altri ambiti, non necessariamente in aziende, intendo attività che si possono definire "concrete", esperienze professionali, retribuite e non, volontariato. Sono tutte attività che al termine del percorso universitario possono aiutare. Infine, bisogna accettare di partire da posizioni "semplici", perché ogni situazione insegna qualcosa. Se hanno pensato a te per quella esperienza, come primo scalino, ci sarà un motivo: tutti gli step insegnano qualcosa.