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DEEP ACTING: COME ESSERE FELICE SUL LAVORO

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3 Giugno 2020

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Fonte: Redazione di open.online – Economia & Lavoro

Chiunque lavori in un ufficio è destinato a passare circa un terzo del proprio tempo in compagnia dei colleghi. Inevitabilmente, il lavoro diventa una parte fondamentale anche della propria vita sociale.
Andare d’accordo con le persone con cui lavoriamo conviene a tutti. Ma qual è il modo migliore per farlo? Meglio mantenere dei rapporti superficiali ma cordiali, meglio fingere e recitare una parte o essere sinceri? Uno studio pubblicato recentemente sulla rivista Journal of Applied Psychology e scritto da Allison Gabriel, docente all’università dell’Arizona, propone una soluzione.

COS’È IL DEEP ACTING?
Letteralmente “recitazione profonda”, non richiede all’individuo di fingere o di comportarsi in modo falso, poco autentico o addirittura disonesto. La recitazione consiste nel fatto di concentrarsi sullo stato d’animo desiderato, quindi di abitarlo e renderlo proprio.
Concetto ormai “di casa” nella psicologia del lavoro, descrive un tipo di lavoro emozionale in profondità anziché in superficie. Da qui il nome. Nel luogo di lavoro può voler dire, come viene spiegato nello studio, concentrarsi semplicemente sul fatto di voler andare d’accordo con i propri colleghi e abitare questo stato d’animo.

RECITARE BENE AIUTA SUL LAVORO?
Conviene dunque recitare sul lavoro? Secondo lo studio condotto dalla squadra di Gabriel, in cui sono state prese in considerazione le risposte di circa 2.500 lavoratori, pare proprio di sì. Ma dipende dal tipo di recitazione, beninteso.
Le persone intervistate dai ricercatori sono state suddivise in quattro categorie:
1. “Regulators”, ovvero persone che tendono a fingere sul lavoro, o meglio a “recitare in superficie”;
2. “Non-actors”, ovvero persone che non modulano la propria emotività sul lavoro, che non usano filtri nel relazionarsi con i propri colleghi; 
3. “Deep actors”, di cui sopra;
4. “Low actors”, ovvero coloro che alternano forme di recitazione profonda e di superficie.

Dallo studio è emerso che i lavoratori che vivono con maggiore malessere il proprio lavoro sono i cosiddetti “regulators”: l’uso della “recitazione di superficie”, frequente per esempio tra chi deve spesso recitare una parte davanti ai propri clienti, è associato al burnout e a vari disturbi psicologici, come la depressione.
In cima alla gerarchia di benessere psicologico creata da Gabriel e dai suoi colleghi troviamo, è quasi scontato dirlo, i “deep actors”. Ma c’è un dato curioso: i deep actors non solo professano di stare meglio sul lavoro, ma sono anche fra coloro che sentono di essere più autentici, pur recitando.

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