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IL MERCATO DEL LAVORO TRA FORMAZIONE, PRODUTTIVITÀ E COMPETITIVITÀ

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10 Ottobre 2018

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Gianfranco Fabi, giornalista economico, è stato per trent’anni (dal 1979 al 2009) al Sole 24 Ore, di cui gli ultimi venti come vice-direttore. Ha seguito e continua a seguire, quindi, direttamente le vicende dell’economia italiana.

Qual è il trend del mercato italiano, oggi? Ci sono significative prospettive di crescita?
L’economia italiana continua a crescere troppo poco, sia in termini assoluti, sia in paragone con gli altri paesi europei. Le ragioni sono molte, spesso intrecciate tra di loro, ma che conducono a due elementi di fondo: la produttività e la competitività. La produttività dipende dalla capacità di innovazione, sia sul fronte del capitale umano e quindi della formazione, sia sul fronte degli investimenti in impianti e procedure. La competitività dipende in parte dalle scelte delle singole imprese e in parte dai vincoli del sistema paese (carenza di infrastrutture, pesantezza degli oneri fiscali e amministrativi, complessità delle procedure).

I ragazzi che escono dalle Università e dalle scuole professionali, oggi, riescono a posizionarsi adeguatamente sul mercato del lavoro? Quali sono le figure cardine mancanti, a suo avviso?
C’è un significativo disallineamento tra le scelte educative e le potenzialità occupazionali. C’è una forte carenza sul fronte dell’orientamento, sia sul fronte dei giovani, sia su quello altrettanto importante dei genitori. Rispetto ad altri paesi industrializzati come la Germania, è molto più basso il numero degli iscritti agli istituti tecnici, così come quello delle facoltà scientifiche. C’è stato negli anni scorsi il boom di facoltà come Scienze della Comunicazione, una laurea certamente importante, ma che ha attirato un numero di studenti di gran lunga più elevato delle effettive esigenze presenti e future. Non c’è carenza solo di figure tecniche, come dei laureati in ingegneria, ma soprattutto di figure che sappiano accompagnare alla competenza scientifica anche una visione multidisciplinare, capace di affrontare in maniera nuova e creativa le nuove dimensioni produttive, dimensioni fatte di integrazione, per esempio, tra il momento vero e proprio della produzione con quello della progettazione prima e del marketing dopo.
Lavoro e formazione in Italia: questo binomio funziona?
La scuola, come percorso formativo, ha una grande responsabilità nell’accompagnare i giovani a entrare nel mondo nuovo, connesso e ipertecnologico. Nessuno ormai, all’interno di qualunque rapporto sociale, può essere escluso dall’uso dei più moderni sistemi di elaborazione dati, di memoria e di comunicazione. Ed è vero che le LIM (lavagne interattive multimediali) sono ormai diffuse nelle scuole di ogni ordine e grado. Ma il problema di fondo non è la passione o l’impegno degli insegnanti, che per questo meriterebbero una stima e dei compensi ben più alti di quelli che ricevono. Il problema è che la scuola, come tante altre realtà come le banche e la stessa informazione, non può limitarsi ad offrire i vecchi programmi con i nuovi strumenti. Magari senza considerare pregiudizialmente Facebook e i social come un hobby perditempo (anche se talvolta lo sono). C’è bisogno di aprirsi ai nuovi linguaggi e alle nuove competenze. La scuola qualche passo deve farlo: vorranno pur dire qualcosa le innegabili difficoltà che i giovani incontrano oggi nell’entrare nel mondo del lavoro.

Quali sono le prospettive future della formazione?
Le strade dell’innovazione sono infinite. Così come sono infinite per chi vuole camminare su questa strada le possibilità di trovare ostacoli sul proprio cammino. L’innovazione è un fatto culturale prima che un processo tecnologico, ma insieme non può che essere un elemento della dinamica industriale e produttiva. Un fatto culturale perché la molla che può fare scattare l’innovazione parte soprattutto da una condizione di spirito e di passione umana.
I giovani italiani hanno grandissime potenzialità. Lo dimostra il fatto che oggi anno tremila laureati lasciano il nostro paese. Trecentomila lavorano in altri paesi. Quarantamila italiani lavorano all’estero nei settori ricerca e sviluppo. Tutti sono usciti dalla scuole e dalle Università italiane: in pratica abbiamo investito risorse per arricchire i paesi stranieri. Intendiamoci, che i giovani compiano esperienze all’estero resta un fatto positivo; il problema è che non tornano più in Italia e non offrono più la loro professionalità per la crescita delle nostre imprese e quindi per creare lavoro per altri giovani come loro.
La soluzione non è facile. Resta il fatto che l’Italia dovrebbe investire di più nei luoghi dove si può costruire ricchezza. Non c’è solo la ricerca scientifica e tecnologica, certamente fondamentali perché non ci potrà essere un futuro per l’economia italiana senza una forte dimensione industriale manifatturiera, ma insieme si dovrebbero trovare percorsi di sviluppo anche nei settori che sono già, ma devono diventare ancora di più, punti di forza.
L’importante è che con questa strada si ottengano buoni risultati non solo sotto il profilo della crescita, ma soprattutto offrendo a un sempre maggior numero di giovani la possibilità di esprimere la loro potenzialità e di ottenere non solo un reddito, ma anche la soddisfazione di partecipare ad una società positiva.

 

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