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Posto fisso? no, grazie! I giovani immaginano un futuro da freelance

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8 Luglio 2022

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Dalle grandi dimissioni passando per la Yolo economy, sono ormai numerosi i trend che attestano che il posto fisso non è più un miraggio nè per i lavoratori e neppure per chi dovrebbe affacciarsi al mondo del lavoro. 1 laureato su 5 infatti, immagina un futuro da libero professionista, con la ferma volontà di costruirsi il proprio percorso, fatto di differenti esperienze, ognuna delle quali contribuisce a creare una figura professionale. É quanto emerge dalla ricerca “Il valore della fiducia – Laureati e laureandi alle prese con la sfida del lavoro” commissionato dall’agenzia per il lavoro Humangest al CIRSIS, il Centro Interdipartimentale di Ricerca sui Sistemi di Istruzione Superiore dell’Università di Pavia la ricerca “Il valore della fiducia – Laureati e laureandi alle prese con la sfida del lavoro”. L’osservatorio “Giovani e lavoro” ha coinvolto laureandi e neo-laureati di tutta Italia per conoscere le aspettative e le percezioni dei giovani che iniziano a confrontarsi con il mondo del lavoro.

I risultati hanno mostrato tendenze in netta discontinuità con le evidenze delle ricerche simili svolte nello scorso decennio. In particolare, mentre la coerenza dell’occupazione con la propria disciplina di studi passa drasticamente in secondo piano (importante solo per il 4,5% dei laureati e il 6,7% dei laureandi coinvolti), cresce l’importanza della remunerazione economica adeguata (importante per il 71,2% dei laureati e il 67,3% laureandi, con uno scostamento del 5% circa fra le discipline STEM, leggermente meno sensibili a questa variabile per una maggior fiducia nella rendita del loro titolo di studio, e quelle umanistiche), anche a discapito della stabilità del non più così fondamentale “posto fisso”: scarsa, infatti, l’importanza attribuita al tipo di contratto posseduto o da ricercare (molto importante solo per il 5,2% laureandi e per il 10,5% dei laureati) e della stabilità dell’azienda o organizzazione con cui si lavora o si vorrebbe lavorare (6,5% per i laureati e 4,2% per i laureandi). Complessivamente, gli intervistati accettano dunque l’incertezza e la necessità di cambiare come un dato di fatto attorno al quale costruire le proprie strategie, senza porsi limiti ed esplorando nuovi campi di applicazione per le loro potenzialità.

Particolarmente interessante in questo senso come emerga la volontà di costruirsi il proprio percorso, fatto di differenti esperienze, ognuna delle quali contribuisce a creare una figura professionale: cresce il valore dell’autodeterminazione – 1 laureando intervistato su 5 si immagina infatti in futuro da libero professionista; mentre fra i laureati 1 su 7 vorrebbe diventare autonomo essendo dipendente, e la maggior parte di chi è attualmente autonomo preferirebbe restare tale (il 64,1%). Questa crescente voglia di autodeterminarsi nel mondo del lavoro è riflessa anche nell’importanza data dai giovani alla possibilità di organizzare al meglio il rapporto con la propria sfera privata: il 46,8% dei laureandi e il 48,7% dei laureati sono infatti concordi nell’attribuire grande importanza al tempo da dedicare alla propria vita extralavorativa.

Infine, l’ultimo e cruciale tema emerso riguarda i molteplici aspetti della fiducia, che deve dominare il contesto entro cui si svolge la propria prestazione lavorativa; fiducia che passa attraverso il giusto riconoscimento in termini di merito e di retribuzione, ma anche attraverso un clima di relazioni sane ed equilibrate. L’importanza della dimensione relazionale emerge soprattutto fra coloro che già hanno sperimentato sulla propria pelle tale dimensione in un contesto lavorativo, con uno scostamento fra la percezione maschile e quella femminile: il 29,9% delle laureate la ritiene infatti un fattore cruciale, contro il 25,7% dei laureati maschi. Proprio la tossicità delle relazioni costituisce invece il principale criterio di innesco per le scelte di exit da un posto di lavoro: secondo il 70,3% dei laureandi e il 67,1% dei laureati intervistati, non è sostenibile lavorare in un ambiente in cui il clima non sia sano e costruttivo, accogliente e stimolante.

“Come Humangest siamo ogni giorno a contatto con molti giovani candidati alla ricerca di un impiego; spesso alla loro prima esperienza lavorativa. Da questo nostro punto di vista privilegiato, abbiamo costanti feedback su cosa le nuove generazioni si aspettano e desiderano dal proprio lavoro, ed abbiamo voluto mettere alla prova quanto appreso, commissionando all’Università di Pavia questa ricerca, di grande rilevanza per tutto il Gruppo SGB Humangest”, commenta Gianluca Zelli, Amministratore Delegato di SGB Humangest Holding. “Avere un fondamento scientifico che codifica i desideri dei neolaureati, andando ad approfondire anche il modo in cui i ragazzi che ancora studiano guardano al mondo del lavoro, ci permette di aiutare le giovani generazioni ad approcciarsi ai loro primi impieghi, modellando le iniziative di talent attraction e retention in base ai loro desiderata nel futuro a breve e lungo termine e disegnando così un modello di lavoro sostenibile per tutti – operazione in cui SGB Humangest è impegnata da tempo e in cui crede fermamente”.

Fonte: Nuvola – Il Corriere della Sera. Articolo a firma di Rita Maria Stanca

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